Verso un’Antropologia del Calcio

Come avrete forse potuto intuire da qualche mio articolo passato, sono un grande appassionato di calcio, sport che ho praticato da quando ero molto piccolo e che ho assaggiato più o meno in tutte le salse (dal calcio a 11, a quello a 5 passando per il ruolo dell’arbitro). Proprio per via di questa passione, ho sempre cercato di approcciare il calcio a 360 gradi, cercando di cogliere sfumature, caratteristiche e tematiche che trascendessero la mera performance sportiva, intesa come analisi tattica della partita1. A questo proposito, abbiamo più volte ripetuto come l’antropologia sia qualcosa che è possibile applicare più o meno in ogni contesto: perché anche la più semplice delle situazioni quotidiane ha per forza di cose implicazioni socioculturali. Ecco, il calcio, in quanto “fenomeno sociale totale” (citando Barba che parafrasa Mauss), è inscrivibile all’interno dello stesso tipo di schema.

Per questi motivi, e specialmente nel nostro Paese, dove il calcio è molto più della – chiamando in causa Arrigo Sacchi – “cosa più importante tra le cose non importanti”, l’associazione calcio-antropologia dovrebbe essere qualcosa di semplicemente automatico. In fondo, stiamo parlando di analizzare socialmente e culturalmente un fenomeno che in Italia (ma anche in altri stati come Spagna, Germania ed Inghilterra, per non parlare del Sudamerica) è sociale e culturale per eccellenza. Eppure, nonostante ciò, scommetto che se vi chiedessi in quanti di voi hanno mai letto, visto un documentario o comunque in qualche modo affrontato l’argomento in questo modo, dubito che la risposta confermerebbe quanto appena affermato. Nel nostro contesto nazionale, penso infatti che, ad eccezione di qualche sporadico programma (spesso disponibile solamente a pagamento), questo tipo di visione calcistica manchi. A questo proposito, credo che tra le cause di questo trend sia possibile individuarne una in particolare, ed ha a che vedere con l’orientamento che caratterizza la comunicazione calcistica nel nostro Paese. Essa predilige infatti notizie legate a tre sottoinsiemi appartenenti all’universo calcistico, quello economico, quello del gossip e quello legato alla partita (commenti tecnici, interviste ecc.) che fanno dell’immediatezza del messaggio e della sua facilità a livello di recezione e di “consumo” da parte del lettore i suoi punti cardine. Tutto ciò probabilmente fotografa molto bene ciò che il calcio è per la popolazione italiana, aiutandoci a capire come e dove esso viene collocato nell’immaginario collettivo. Per certi versi, è possibile affermare che esso costituisca per molti un’evasione dalla quotidianità, quindi per forza di cose un qualcosa di leggero e superficiale. Anche per questo motivo, l’associazione spesso inevitabile – a causa di episodi che accadono sui campi di calcio, all’interno degli stadi o per eventi di portata mondiale legati al mondo del calcio – che si viene a creare tra calcio e tematiche “delicate” a livello sociale rimane restia ad entrare in maniera decisa nel dibattito pubblico. Nel contesto sopra descritto, appare piuttosto chiaro come associazioni di questo tipo possano facilmente essere ritenute inadeguate, facendo quindi scivolare automaticamente il calcio alla dimensione di mero svago, facile bersaglio dei più banali populismi.

Se c’è un contesto nel quale invece il calcio sembrerebbe essere considerato ed analizzato in profondità esso è proprio quello economico, spesso legato alla mole di denaro generata dallo sport e dal tessuto economico che è capace di creare. Ciononostante, anche da questo punto di vista, la comunicazione (sebbene certamente non avara in termini di quantità) è spesso concentrata nello sciorinare le cifre astronomiche che la tale squadra ha sborsato per assicurarsi le prestazioni sportive di tal calciatore2, provocando l’ammirazione di alcuni e l’indignazione di altri. E’ proprio alla luce di quanto appena affermato che le parole di Pippo Russo, sociologo e giornalista specializzato nel rapporto tra calcio ed economia, possono aiutarci a comprendere meglio alcune caratteristiche del fenomeno: in un’intervista rilasciata a Raduni Sport, egli osserva come la comunicazione del calcio abbia preso il sopravvento rispetto al calcio stesso. Egli afferma come “ci troviamo di fronte ad un parlare di calcio che si allontana sempre di più dall’evento giocato, costruendogli intorno una sovrastruttura tecnicistica che porta completamente fuori strada”. L’accezione che Russo attribuisce al fenomeno è chiaramente negativa, perché fa riferimento al modo in cui il discorso è organizzato nello scenario pubblico generale. Egli sembrerebbe auspicare un ritorno all’essenza dello sport, criticando l’enorme bolla speculativa che caratterizza il calcio ed allo stesso tempo ponendo l’accento su una delle sue caratteristiche principali: la semplicità. Sono d’accordo fino ad un certo punto.

Se c’è un messaggio che ho provato a passare fino ad ora, esso riguarda il modo in cui il calcio è percepito a livello socioculturale dall’opinione pubblica, che corrisponde, a grandi linee, anche alla maniera nella quale viene trattato nei principali quotidiani di informazione sportiva o nei programmi televisivi. L’aspetto tecnico, legato agli interpreti, ai cosiddetti “addetti ai lavori” o quello del gossip sono estremamente esaltati, a discapito di una visione più olistica. Interpretando il ragionamento di Russo, un “ritorno alle origini” è certamente auspicabile, se ciò significa allontanarsi da questo modo di approcciare lo sport. Tuttavia, credo che il potenziale che il calcio ha, come d’altronde ci insegnano quasi due secoli di storia, sia troppo grande per limitarsi a questo. La discussione e l’approfondimento calcistico, che partono dal calcio per trascenderlo ed usarlo come trampolino di lancio per osservare con occhi diversi tematiche sociali e culturali è tanto auspicabile quanto, al momento, piuttosto assente.
Per operare questo cambio, si può partire da molti punti diversi, non per forza in contrasto con quelli che abbiamo chiamato in causa – e criticato – in precedenza. Facciamo l’esempio dell’ambito economico: una lampadina si era accesa quando, lo scorso 19 Aprile, alcuni dei più ricchi e potenti club europei avevano annunciato la clamorosa creazione di una cosiddetta “Superlega”, in aperto contrasto con i maggiori organi calcistici continentali. La portata dell’evento aveva da subito scaturito le più disparate reazioni, monopolizzando la comunicazione sportiva a livello europeo (mondiale?) per giorni interi. Ciò che mi aveva piacevolmente sorpreso, al di là del semplice schieramento pro Superlega /contro Superlega, era il fatto che finalmente si considerasse il calcio primariamente come arena popolata da attori geopolitici, economici e sociali. Focalizzando l’analisi su questi punti, dibattendo sul ruolo della UEFA (Union of European Football Associations) all’interno dello scacchiere mondiale, si era ritornati, per esempio, a considerare questioni legate alle presunte violazioni dei diritti umani perpetrate in Qatar durante la preparazione e la costruzione delle infrastrutture che faranno da teatro ai Mondiali del 2022. Non solo: un’analisi più approfondita delle dinamiche economiche che avevano portato i club fondatori a questa mossa disperata aveva spinto il pubblico ad interrogarsi sul modo in cui i faraonici capitali in ballo vengono fatti circolare nel calcio, mettendo allo scoperto la crisi prodotta da un modello (ora chiaramente) non sostenibile.

Quanto proposto è solamente un piccolo esempio di come uno sguardo appena più approfondito su un fenomeno come il calcio possa aiutarci a discernere il ruolo che esso assume nella società contemporanea. Per questo motivo credo che stimolare un approccio antropologico a questo sport sia di vitale importanza per ottenere una visione multi prospettica della società stessa, sia a livello locale che globale.
La mia idea è quella di iniziare una serie sul mio sport preferito, nella quale proverò ad analizzarlo attraverso l’approccio appena proposto: ho anche la sensazione di non essere l’unico a credere nelle potenzialità di questo tipo di analisi. Non esitate quindi a farmi avere i vostri suggerimenti, opinioni, critiche.


Che questo sia l’inizio di un lungo viaggio.

Francesco

Note:

1 Anche se poi, con il passare del tempo, mi sono accorto come anche questa dimensione in realtà nasconda significati altrettanto interessanti da sviscerare.

2 O forse calciatrice? Ma no dai… quindi mi state dicendo che anche le donne giocano a calcio in Italia? E si siedono anche allo stesso tavolo dei calciatori uomini?

Approfondimenti:

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