Centocinquesimo Pensiero del Lunedì

“[…] le esperienze di mobilità e diversità culturale sono significative per caratterizzare l’Europa di oggi e percepirla come un “oggetto di identificazione” […]”. (Traduzione nostra)

Un politico una volta disse: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Ma cosa vuol dire essere “italiani” (e italiane)? L’Italianità nella stessa citazione appare come il frutto di un processo culturale, il risultato di una costruzione, e non qualcosa dato a monte. Ugualmente: che senso ha parlare di Europa? Cosa vuol dire sentirsi europei/europee?

In un epoca in cui predomina l’attaccamento nazionale, chi sono quelle persone che riescono ad identificarsi particolarmente con l’Europa? Lähdesmäki, Kaasik-Krogerus, Čeginskas e Mäkinen vanno proprio a vedere come questa identità europea vada a formarsi e sia sostenuta attraverso le politiche della UE. In particolare secondo loro è nelle esperienze di mobilità e contatto, nel riconoscersi nell’alterità degli altri, che si genere in Europa un sentimento di appartenere alla stessa collettività. Ma è davvero possibile avere una “Europa dal basso” come sostengono loro, che parta dai cittadini e dalle cittadine e non dalle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo? Su cosa dovrebbe fondarsi un “sentimento europeo”? È una cosa giusta o di fatto soltanto l’ennesimo tentativo di creare uno stato nazione con un nome diverso? Da antropolog* (o aspiranti tali) quale opinione dovremmo avere in merito?

Buon inizio settimana,

Riccardo.

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