Adorazione odorante

L’idea per questo testo mi è venuta leggendo “The Toilette of the Gods” (Il Gabinetto degli Dei), pubblicato da James McHugh nel 2012. Questo testo, parte del suo libro Sandalwood and Carrion: Smell in Indian Religion and Culture, si concentra sull’uso dei profumi nelle pratiche religiose in India. L’autore approfondisce il tema dei i cambiamenti che hanno subito l’uso di, fiori e incenso in riti di vario tipo.

Link: https://www.shutterstock.com/video/clip-23254663-fragrant-smoke-spreading-burned-incense-stick-close-up

L’uso degli aromatici sembra essere associato all’atto del “dare” e quindi avere un valore importante per le relazioni tra gli esseri umani e la divinità. Questo “dare” può essere associato ad un’offerta agli dei. L’uso di profumi, fiori e incensi si trova poi in diverse religioni, ad esempio nel mondo Cristiano. Su pensi ad esempio all’odore particolare che hanno alcune chiese.

L’incenso viene fatto attraverso resina vegetale ed è stato il nucleo o l’accompagnamento di pratiche religiose e/o meditative già dai tempi dell’Antico Egitto. L’origine della parola deriva dal latino incendere che significa bruciare, rivelatore della sua presenza in pratiche diffuse nell’Antica Roma e in Grecia. Tuttavia l’incenso si può attribuire ancora al giorno d’oggi a pratiche religiose e non in diversi paesi dell’Asia Orientale. Detto questo, l’uso dell’incenso è diventato ormai, anche attraverso processi di globalizzazione, comune in tantissime parti del mondo; spesso e volentieri, per scopi che non sono legati a pratiche spirituali e religiose. Per farvi un esempio, ricordo ancora quando mio papà camminava per tutta la casa con un bastoncino di incenso, non per benedire l’abitazione, ma per far andare via l’odore di pesce dopo averlo cucinato.

Ma perché l’odore è così importante per le pratiche religiose? Naturalmente, l’olfatto ha un grande impatto sulla memoria e sui processi di associazione. Esistono modi specifici per combinare un odore con una certa pratica, in un contesto religioso, e quindi profumi, incensi e fiori non vengono usati casualmente. Anche nella comunità cristiana ci sono alcune regole che devono essere seguite. Non sono necessariamente associate a credenze religiose, ma ci sono alcune linee guida riguardanti i fiori appropriati per un matrimonio o un funerale.

L’olfatto crea anche un senso di identità, a causa del suo “potere” di stimolare la memoria. Ad esempio, durante una conversazione riguardo alla Chiesa in Italia, un’amica mi ha detto di non poter sopportare l’idea di essere fisicamente in una chiesa a causa dell’odore, il quale le ricordava quando da bambina era costretta a partecipare al servizio domenicale. E la prima cosa che associava all’ambiente della chiesa era l’odore, invece che l’estetica.


Detto questo, l’estetica ha sicuramente un ruolo fondamentale nella creazione del contesto religioso e della pratica religiosa. Pensando a fiori o incenso ad esempio, l’odore non è l’unico fattore che li rende adatti ad diventare oggetti religiosi quanto il fatto che esprimano una galassia di riferimenti a simboli e significati ben precisi.

Entrambi hanno infatti un duplice modo di “esprimersi”: se pensiamo a come brucia l’incenso e come il fumo è visibile, qualcosa che McHugh considera un aspetto fondamentale, il suo aspetto estetico mostra come può creare un “ponte visivo”con la divinità. L’incenso sembra viaggiare in alto e connettere la persona a qualcosa che va oltre il mondo umano.

Ma perché a noi antropologi interessa il tema dell’odore e degli oggetti che vengono usati in pratiche religiose? Innanzitutto in quanto studiosi dell’essere umano siamo interessati al modo in cui il nostro corpo interagisce con il mondo esterno. È importante considerare in che modo noi esseri umani facciamo uso dei sensi, e in che modo essi ci permettano di provare determinate sensazioni e connessioni. Restando in linea con il tema di questo articolo, bisogna menzionare la memoria olfattiva. Senza entrare nei dettagli fisiologici e neurologici della connessione tra memoria e olfatto, teniamo in considerazione che essi sono strettamente correlati l’uno con l’altro. Si dice spesso infatti che l’olfatto sia il senso più legato alla memoria.

L’antropologia si occupa inoltre di cultura materiale, che corrisponde all’insieme di elementi concreti che fanno parte di un sistema culturale; tutti gli oggetti a cui è possibile attribuire un significato dentro un determinato gruppo umano. La cultura materiale è sempre stata un fattore di studio fondamentale per antropologi e antropologhe, proprio perché è in grado di dare una spiegazione a determinati usi e costumi. Per capire questo concetto di cultura materiale, invito i nostri lettori a pensare ad un oggetto che si usa quotidianamente e a quale significato gli viene attribuito. Quando mi è stata fatta questa richiesta in classe ho parlato della mia macchinetta del caffè, che ha un significato affettivo e d’ identità, poiché è un oggetto al centro delle mie pratiche familiari e culturali.

Un punto di discussione per i nostri lettori, che vorrei prendere in considerazione, è il seguente: in che modo consideriamo l’odore “materiale”? E in che modo si associa l’odore a pratiche religiose?

Sofia

Per approfondire:

Hans Peter Hahn. 2014 Materielle Kultur. Eine Einführung. 2. Reimer, Berlin.

Hazard Sonia. 2013. The Material Turn in the Study of Religion, in Religion and Society: Advances in Research 4: 58–78.

McHugh, James. 2012. Sandalwood and Carrion: Smell in Indian Religion and Culture, in Religion and Society: Advances in Research 4 (2013): 58–78.

Ventiquattresimo pensiero del lunedì

“In merito a ciò, gli obiettivi delle tre P (persone, profitto e pianeta) sono ossimorici nel loro obiettivo di mantenere crescita economica, una redistribuzione giusta del benessere e contemporaneamente preservare le risorse naturali per le generazioni future”- Helen Kopnina (Traduzione nostra)

In merito al futuro ecologico del pianeta Helen Kopnina è piuttosto scettica. Continuando a mettere gli interessi della sola specie umana davanti a tutto non sarà possibile raggiungere un modello giustizia che possa garantire il benessere ecologico del pianeta e fare i conti con il fatto che l’essere umano si muove dentro ecosistemi abitati da altre specie viventi, anche loro soggetti di giustizia. In particolare in una prospettiva futura, gli interessi delle persone, del profitto economico e delle altre specie viventi sarebbero destinate a scontrarsi per una ridefinizione di chi ha diritto ad accedere alle risorse e come queste vadano ridistribuite.

Quale sarebbe allora il concetto di giustizia che secondo voi bisognerebbe adottare per poter tenere insieme queste dimensioni? Le altre specie viventi subiscono solo un concetto di giustizia umano? E’ vero che la giustizia per l’ambiente si riflette poi anche nella giustizia per l’essere umano riducendo l’inquinamento e migliorando la qualità della vita? Davvero si tratta di uno scontro inevitabile tra le tre P, o è possibile venirsi incontro in qualche modo?

Via aguro una buona settimana colma di riflessioni,

Riccardo.

E tu? Quale personaggio giocherai nella prossima campagna di DnD?

E’ ormai autunno e questo vuol dire giornate sempre più brevi e sempre più fredde. Tempo per rimanere in casa davanti ad una tazza di the ed una serie Netflix…o per giocare a giochi da tavolo e di ruolo. Quale antropologo scegliereste allora come eroe per la vostra prossima campagna? Di seguito gli allineamenti che secondo noi sono i più validi per la stagione autunno-inverno 2019/2020.

Legale Buono: Edward Said è conosciuto per il suo lavoro sull’Orientalismo, e per questo gli assegniamo questo ruolo. L’Orientalismo è un fenomeno tramite il quale l’occidente esercita potere sull’oriente, il quale viene rappresentato in modo non accurato ed esotizzante. Said è quindi un “buono” poiché mette in luce disparità di potere e rappresentazioni sbagliate.

Neutrale Buono: Tutti dobbiamo molto ad Arjun Appadurai e alle sue teorie sul mondo globalizzato; un mondo caratterizzato da flussi e movimenti di vari beni, idee, simboli, tecnologie e denaro. Ad avvantaggiarsi di questi movimenti un po’ tutti; belli e brutti, potenti e subordinati, ricchi e poveri. In questo è assolutamente neutrale. Ma con un visino come il suo chi non lo avrebbe messo tra i buoni?

Caotico Buono: La fama di Schpher-Hughes è anche in parte dovuta al suo essere sempre al centro delle “risse” intellettuali, specialmente per le sue posizioni particolarmente taglienti in merito ad i diritti dei più deboli. Solo per fare alcuni esempi sono da ricordare il suo impegno di ricerca e umano con le lotte Anti-apartheid in Sudafrica e la vendita di organi in Brasile. Per questo era immancabile inserirla tra i buoni. Esattamente però per questa tendenza al confronto, al non seguire quello che le viene detto, esprime un aspetto caotico e ribelle che non è possibile sottovalutare.

Legale Neutrale: Risulta molto difficile immaginare un personaggio più legale e rispettoso delle regole di Lévi-Strauss. Nelle sue teorie tutto è guidato da una logica cristallina che riflette i movimenti delle strutture profonde del pensiero, sia che si tratti di sistemi di formazione della parentela, che di strumenti simbolici cognitivi quali il cibo. Risulta però anche difficile immaginare qualcosa di più impersonale delle già citate strutture profonde, profondamente al di sopra di ogni schieramento tra buono e male.

Neutrale Puro: Pierre Bourdieu ha dato un contributo fondamentale all’antropologia. Ed alla sociologia e alla filosofia. Rientra pienamente nella definizione di libero pensatore. In particolare i suoi concetti di habitus (cioè quel meccanismo che informa il set di abitudini che uno impara a mettere in atto come membro di un gruppo sociale) e di distinzione tra le classi sociali ed i tipi di capitale (umano, sociale e culturale) hanno dato un contributo fondamentale a diverse discipline. Per questa sua intolleranza all’incasellamento ci è parso giusto considerarlo come un neutrale puro, unicamente dedito al perseguimento della scienza.

Caotico Neutrale: Se c’è qualcuno che della polemica ha fatto un’arte quello potrebbe essere Evans-Pritchard. Passato alla storia è stato lo scontro con il suo maestro e fondatore della scuola antropologica britannica Malinowski. Oltre a questo ha dato dei contributi fondamentali agli ambiti dello studio delle religioni e dei sistemi politici acefali, entrambe aree definite fino a quel momento come apparentemente dominate solo da caos, anarchia e superstizione.

Legale Malvagio: Lewis Henry Morgan ha avuto un impatto notevole durante i primi anni in cui l’antropologia era ancora in fase di crescita. Per via dei suoi tre stadi dell’evoluzione delle culture è stato criticato ampiamente dai suoi successori, che si sono opposti all’evoluzionismo culturale, considerandolo inadeguato all’analisi delle società del mondo.

Neutrale Malvagio: Marcel Griaule è stato un antropologo francese che condusse degli studi in Africa orientale presso la popolazione dei Dogon. È stato criticato da numerosi studiosi per aver rappresentato, in alcuni casi, in modo essenzializzante questo gruppo. Per questo abbiamo deciso di nominarlo “Neutrale Malvagio”. Neutrale soprattutto perchè, nonostante tutto, Griaule ha contribuito in maniera essenziale allo sviluppo di metodi etnografici in Francia e in Europa guidato da un vivo interesse scientifico, ma anche da prese di posizioni significative in merito ai punti di contatto tra Dogon e Francesi, e per questo lo condanniamo in modo limitato.

Caotico Malvagio: Abbiamo assegnato a James Frazer, conosciuto per il suo lavoro “Il Ramo D’Oro”, il titolo di “Caotico Malvagio” per due motivi principali; da un lato i suoi metodi e le sue conclusioni sono caratterizzate da una mancanza di chiarezza significativa, ed inoltre il suo approccio è un po’ troppo darwiniano per noi e i nostri amici antropologi. Il suo scritto principale fu infatti un’accozzaglia infinita di riti elencati per sostenere una quantomai dubbia teoria evoluzionistica: definitivamente malvagio e caotico.

Riccardo & Sofia

Di cosa parlano gli antropologi quando parlano di religione

Le religioni si legano con l’antropologia culturale fin dagli albori della disciplina; come per il tema della famiglia anche con la religione noi antropologi ci troviamo davanti ad un problema di definizione: che cos’è dunque la religione? Se partiamo dall’etimologia della parola “religio” ci troviamo già davanti ad un problema: la parola religione può derivare da due verbi che hanno significati completamente diversi. Pensate che questa diatriba è così antica che già Cicerone se ne occupò in due testi:

  • Nel “de natura deorum” riconduce il termine a “religare”, cioè mettere insieme, legare. Ciò rimanda al modo in cui la religione crea di legami: tra fedeli e divinità, ma anche tra fedeli e fedeli (pensiamo alle varie comunità religiose);
  • Nel “de inventione” invece deriva il termine da “religere” o “relegere”. In questo caso si fa rifermento al modo in cui si ritorna su una determinata cosa con cura: come possiamo non pensare alla ritualità con cui i fedeli si prendono cura del rapporto che hanno con una divinità attraverso il culto?

Tornando all’ambito antropologico non possiamo non citare l’antropologo gallese Alfred Wallace che ci viene in aiuto definendo la religione come un insieme di credenze e rituali che riguardano poteri, forze ed eventi sovrannaturali. Poco prima di Wallace anche uno dei fondatori dell’antropologia moderna, Edward Burnett Tylor, si avvicina allo studio delle religioni. Tylor si interessa di animismo, che definisce come la forma di religione più primitiva e da questo sviluppa una sorta di teoria evoluzionista delle religioni: il punto di partenza è appunto l’animismo, per poi passare alle religioni politeiste e raggiungere il punto di massima evoluzione religiosa nel monoteismo. Tuttora le maggiori religioni del mondo sono divise in monoteiste e politeiste, ma possiamo ancora affermare che la religione monoteista è la massima espressione di evoluzione?

Alla sua nascita l’antropologia delle religioni si occupava specialmente di ritualità definite “magiche”. I rimandi alla magia sono davvero molteplici, per esempio il testo di James Frazer “Il ramo d’oro. Studio sulla magia e sulla religione”. Questo testo nasce inizialmente come parte della nuova edizione dell’enciclopedia britannica: Adam Smith affida a Frazer il compito di redigere le parti di Tabù e Totem e lui partendo da questo pone le basi per la sua opera più famosa che è composta da due parti per un totale di 68 capitoli in cui esplora il mondo del magico e del sacro.

Il quadro “Il Ramo d’Oro” di William Turner ispirato ad una consuetudine romana e da cui deriva il titolo dell’opera di Frazer.
Fonte

Tornando al nostro piccolo excursus sull’antropologia delle religioni è impossibile non citare Émile Durkheim e William Robertson Smith, che intendo la religione come un elemento fondante della coesione sociale. Da questo punto in poi la religione non viene più intesa come solo elemento magico ma come qualcosa che contribuisce in maniera attiva alla creazione e al mantenimento della coesione sociale. Durkheim fa numerosi studi a tema religioso e arriva alla conclusione che le società per la loro sopravvivenza hanno bisogno di una coscienza morale, di un forte legame sociale e di un sistema di norme condivise che definisce come religione. Durkheim mette in luce questo legame molto forte tra la religione e il legame sociale e rende oggetto di studio la religione intesa come fatto religioso che coincide in tutto e per tutto con il fatto sociale.

Vorrei concludere facendo rifermento ad un approccio più recente derivante da una sociologa delle religioni, Linda Woodhead, che attraverso vari testi ed articoli prova a dare una definizione di religione, attraverso 5 concetti che partono dall’uso quotidiano del termine religione.

  • Religione come cultura: il riferimento è al sistema di credenze e significati legati al termine religione. Ovviamente ci sono molti sguardi ed ognuno di essi è diverso dagli altri, esistono anche numerosi approcci giudicanti, perché spesso la religione viene intesa come un’ideologia scorretta, pensiamo all’associazione automatica islam/terrorismo. Tuttavia la religione è un sistema culturale e di significati;
  • Religione come identità: la religione ha la capacità di creare identità sia sul piano individuale, creando e definendo la persona ma anche sul piano dell’appartenenza, infatti la religione crea legami e comunità molto forti, che resistono nel tempo e nello spazio;
  • Religione come legame: questo punto in realtà è molto simile al precedente, ma a differenza dell’identità il legame può anche essere conflittuale, pensiamo ai vari scismi interni alle comunità religiose;
  • Religione come pratica: esiste credenza senza pratica? Secondo molte tradizioni religiose la risposta è negativa: non possiamo pensare ad una credenza senza un’applicazione pratica. Il rituale è molto importante in tutte le comunità religiose che mi vengono in mente, forse in alcune più di altre, ma la ritualità e il culto pratico risultano fondamentali, infatti la figura del credente non praticante non è molto accettata. Il rito diventa il modo pratico di creare legami diretti con il divino;
  • Religione come potere capace di creare capitali: la religione crea da sempre dinamiche di potere sia sul piano politico che economico e sia a livello locale ma anche globale. Possiamo pensare alla grande influenza che ha ancora oggi il Vaticano.

Mi rendo conto che questo breve resoconto non può essere esaustivo, quindi come sempre troverete a fine articolo una rosa di testi e un video a cui fare riferimento se avrete voglia di approfondire il forte legame che l’antropologia ha con la religione o anche solo il modo in cui gli antropologi affrontano ed interpretano questo argomento.

Veronica.

Chi ha scritto l’articolo?

Lombarda di nascita, Torino mi ha “adottata” nel 2015 e io me ne sono innamorata perdutamente. Dopo essermi diplomata ad un istituto tecnico turistico ho dato una volta alla mia vita, lasciando la mia piccola cittadina per vivere questa nuova avventura. La vita da studentessa fuorisede non è così semplice come può sembrare ma io sento che mi calza a pennello.

Dopo la laurea triennale in Comunicazione Interculturale nel 2018 ho deciso di continuare gli studi intraprendendo il percorso in Antropologia Culturale ed Etnologia, per approfondire le mie conoscenze ma soprattutto per essere in grado di analizzare con il tipico sguardo antropologico anche fenomeni che non appartengono tradizionalmente a questa disciplina, come le questioni legate al cambiamento climatico.

Adoro leggere, viaggiare e ho una propensione ai giochi sia da tavolo che con consolle e pc, mi diletto in cucina e quando mi rimane tempo cerco sempre di imparare cose nuove… insomma, il mix è variegato ma ben bilanciato! – Veronica

Per approfondire:

Risorse online

https://books.google.it/books?id=sz-H_CT3tcAC&hl=it&source=gbs_slider_cls_metadata_9_mylibrary

Libri

COMBA E. (2008) Antropologia delle religioni, un’introduzione, Laterza, Roma-Bari.

FABIETTI U., REMOTTI F. (1999) Dizionario di Antropologia, Zanichelli, Bologna.

FRAZER J. (2012) Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Bollati Boringhieri, Torino.

WOODHEAD L. et al. (2002) Religions in the Modern World: Traditions and Transformations, Routledge, London.

Documentario

The Story of God con Morgan Freeman, 2016, National Geographic Channel.

Video

Ventitreesimo Pensiero del Lunedì

Cogliamo questa occasione per presentarvi e dare il benvenuto alla nostra nuova collaboratrice Veronica. La ringraziamo per questo pensiero settimanale!

“Ciao a tutti, io sono un nuovo volto di questo blog! Sono Veronica, classe 1996 e studio antropologia a Torino. Spero di dare un buon contribuito nel portare l’antropologia fuori dal mondo accademico.” – Veronica

Sofia e Riccardo

Françoise Héritier, antropologa ed etnologa francese e allieva di Claude Lévi-Strauss, pubblica questo testo come raccolta di pensieri quasi alla fine della sua vita. Questa citazione mi ha colpito molto perché ancora oggi, specialmente in Italia l’antropologia e le scienze sociali in generale non sono molto considerate. L’insegnamento, alle scuole superiori, è confinato ai licei delle scienze umane/sociali, e al di fuori del contesto accademico quasi nessuno sa di che cosa tratti esattamente l’antropologia (argomento già trattato in un precedente articolo da Riccardo).

Penso che sia importante, specialmente in questo periodo, dare maggiore rilievo alle scienze sociali perché ci forniscono strumenti e concetti per capire il mondo. Perché secondo voi l’antropologia, ma anche la sociologia non vengono molto considerate al di fuori dell’ambito accademico in Italia? Come possiamo fare in modo che queste discipline non vengano considerate di serie B? Secondo voi è possibile che le scienze sociali si inseriscano in maniera efficacie nei dibattiti odierni?

Vi lascio con una riflessione forse ampia, ma che trovo necessaria sia per chi è immerso in questo mondo ma anche per chi ci si sta avvicinando attraverso questo blog o magari perché conosce qualcuno che studia queste materie.

Buon inizio settimana!

Veronica

Dolcetto o sovvertimento dell’ordine sociale?

Per una spiegazione antropologica di Halloween

Questi sono i dati di partenza per la nostra indagine, che poi è quello che più o meno tutti sanno già su Halloween: è una festa che riguarda la connessione tra mondo dell’aldilà e mondo dell’aldiqua, ha (probabili?) origini pagane, è stata introdotta in Italia solo in tempi discretamente recenti e va molto forte nei Paesi anglosassoni1. Su questo ultimo punto voglio concentrarmi in queste righe, nel tentativo di rispondere alla Domanda: perché la festa è poco sentita in Italia e molto in USA e UK?

Invece che affrontare la questione di petto userò però una strategia laterale. Bisogna infatti, per comprendere, fare una piccola digressione nel magico mondo fatato (o forse stregato in questo caso) delle scienze sociali e rispondere ad un’altra domanda, e cioè, che cos’è una festa/festività? Da antropologo risponderei, tra le altre risposte possibili, che si tratta di un momento di anomia. Con questo termine, partorito dalla mente di Durkheim ad inizio novecento, nasce grosso modo la scuola francese di scienze sociali. Il suddetto cercava con questa parola di descrivere quei momenti in cui tutte le regole che governano l’ordine sociale vengono ribaltate ed è possibile mettere in atto comportamenti che sarebbero altrimenti ritenuti proibiti, o quantomeno disdicevoli. Una parola di uso comune per definire lo stesso fenomeno potrebbe essere caos (o macello, scompiglio, baraonda). Il motivo per cui questa manifestazione si realizza, prosegue il nostro capostipite francese, risiederebbe nel fatto che, come a molte persone capita di esperire, rispettare le regole è una faccenda altamente stressante -specialmente se sono regole sociali! Col tempo si va accumulando una tensione che va rilasciata assolutamente prima che faccia esplodere tutto. E tuttavia è molto meglio incanalare e controllare questa “liberazione”, permettendo l’anomia ma solo fino ad un certo punto. Ancora il linguaggio quotidiano potrebbe definirlo un contentino.

L’anomia, per i suoi effetti di inversione e sovversione, trova riscontro nel carnevalesco, che a sua volta è un elemento centrale di riti e rituali. Sul tema è già capitato di esprimerci in passato. È bene tuttavia ricordare il lavoro dei due teorici maggiori dell’argomento: Arnold Van Gennep e Victor Turner. Entrambi sostengono nelle loro opere la suddivisione dei riti in tre momenti principali: separazione, transizione (o fase liminale) e reintegrazione. Il culmine del rito, il suo aspetto più tipico, è il momento centrale. È là che si hanno l’anomia ed il carnevalesco. Questo momento non è però qualcosa che accade alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti gli altri, che si conformano alle norme sociali. Prevede invece luoghi e tempi ben precisi, solitamente caratterizzati da ambiguità e liminalità. Questi due concetti presentano una forte affinità ed una forte relazione tra loro. Con liminalità, dal latino limes, soglia, si indica la posizione di chi si trova ad entrare in una nuova condizione o fase (generalmente di vita, ma anche dell’anno probabilmente). Questo status nuovo è caratterizzato dal non-più e dal non-ancora. Usando ancora una volta un riferimento al quotidiano, e modificando leggermente il concetto, l’adolescente può essere considerato un rappresentante di questa fase essendo non-più bambino e non-ancora adulto. A questo si associa l’ambiguità: un’adolescente può ancora fare delle cose che fanno i bambini e già cose che fanno gli adulti, e non fa più cose che fanno i bambini, ma nemmeno ancora quello che fanno gli adulti. L’ambiguità derivante da questo status si traduce spesso a livello simbolico in metafore quali l’ermafroditismo od il crepuscolo. L’elemento comune a tutte queste è comunque quello di essere fonte di spavento per la società, non a caso il crepuscolo è il momento in cui si incontrano i fantasmi tradizionalmente in molte parti del mondo. Il motivo per cui spaventano è appunto perché rappresentano il caos, il mondo terribile dove si tira su col naso, non si rispetta la fila, si parla con la bocca piena e magari i morti vivono perfino! Per questa motivazione bisogna controllare il potenziale dirompente del carnevalesco e del liminale che altrimenti rischierebbe di portare tutta la società con sé in questa inversione. Ecco che allora eventi liminali capitano a scadenze più o meno regolari, che sia la serata in discoteca o la mestruazione femminile2.

Halloween è dunque un evento di questa schiatta, per tornare al tema madre di questo articolo. Non è però uno di quelli minori, come la serata in discoteca che sfoga la tensione del singolo, ma ha una portata più ampia, strutturale, dove una società intera si organizza per per ricreare il momento di azzeramento della pressione e con ciò di rinsaldamento dei legami sociali. Non a caso, sostiene Durkheim, dopo questi eventi ci si sente sempre più vicini agli altri: si sente di condividere qualcosa di importante.

Perché dunque, se si tratta di un momento tanto importante è così poco sentito in Italia? Risposta: perché c’è già il carnevale.3 È impossibile infatti non notare che entrambe le festività condividono tratti comuni come il travestimento e la propensione allo scherzo, che sono elementi tipici del carnevalesco. La preferenza per Halloween nei Paesi anglosassoni è molto probabilmente da ricercarsi in cause storiche4, essendo il carnevale una festa essenzialmente cattolica. L’abolizione del carnevale per motivi religiosi potrebbe aver portato a dover trovare altri modi per sfogare la pressione sociale. Molto probabilmente è stato in seguito ai movimenti romantici e la loro necessità di fondare l’identità nazionale che una festa pre-latina è stata riportata in voga. Halloween è stato un buon compromesso per prendere due piccioni con una fava. A questo si aggiunge poi la cultura consumista novecentesca che ha fatto letteralmente esplodere il fenomeno, come col Natale, e la dominazione culturale statunitense che hanno finito per portare la festa oltre la Manica ed oltre l’Atlantico e far ì che venisse celebrata anche in luoghi dove non era particolarmente radicata, tipo l’Italia.

In una società complessa poi, dove le interazioni faccia-a-faccia sono rilevantemente ridotte rispetto a quelle basate su ruoli stabiliti (cioè un lavoro, o un incarico, per intenderci) come è l’Europa di oggi è molto facile che la festa si limiti a cerchie ben precise, dato che esiste la possibilità per ogni singolo individuo di organizzarsi nel modo che preferisce, anche nel momento di liberare la propria anomia, e con ciò se festeggiare Halloween o meno.

Riccardo.

1) Tralascio le feste dei morti di Messico ed altre parti del mondo, che meritano un discorso a parte.

2) Fatto primariamente sociale e potenzialmente irrispettosa delle leggi di natura, dato che il sangue è associato ad un rifermento alla morte, che è una chiave metaforica essenziale delle situazioni liminali. Nello specifico il riferimento è ad un feto perso o non concretizzatosi.

3) Questo articolo è il frutto di una riflessione personale, scarsamente avvallata da dati scientifici. Ogni esperto che avesse qualcosa da rettificare è libero di farsi vivo e provvederemo subito a modificare dove necessario.

4) Esattamente come in questioni storiche è da ricercare la presenza del carnevale in alcune parti degli Stati Uniti come New Orleans, che originariamente era una zona appartenente alla cattolicissima Francia. E poi non bisogna sottovalutare il fatto che potrebbero esserci anche altre cause storiche, dovute in parte anche a movimenti di popolazioni.

Per approfondire:

Aime, M. (2008) “Il primo libro di antropologia”, Einaudi

Durkheim, É . (1987) “Il suicidio. Studio di sociologia”, Rizzoli

Fabietti, U. (2015) “Elementi di Antropologia Culturale”, Mondadori

Schultz, E.A. & R. H. Lavenda (2015) “Antropologia culturale”, Zanichelli

Turner, V. (1999) “La Foresta dei Simboli”, Morcelliana

Van Gennep, A. (2012) “I riti di passaggio”, Bollati Boringhieri